Manager di un artista globale, imprenditrice nel settore dell’hospitality (compreso il miglior beach club d’Italia), vicepresidente di una fondazione umanitaria con oltre cinquanta progetti attivi nel mondo: il percorso di Veronica Berti Bocelli tiene insieme palcoscenici planetari e contesti operativi, dove l’impegno quotidiano fa davvero la differenza. Ne emerge un profilo solido e autorevole: disciplina, energia, visione e una leadership capace di guidare e di far crescere, traducendo puntualmente le idee in fatti.
Quali principi la guidano, nel lavoro e nella vita?
Sono principi semplici e, proprio per questo, affidabili: serietà, responsabilità, contatto con la realtà. Cerco di farmi orientare dal “fare bene” e dal “fare il bene”. Qualunque sia il ruolo, l’obiettivo resta lo stesso: essere utile, esserci, agire con coerenza e coscienza. La fiducia che ricevo la considero un dono: cerco di meritarla con i fatti, ogni giorno.
Con quali parole si descriverebbe?
Sono una persona concreta. Amo il mio lavoro e amo lo sport (mi tiene allenata e mi rimette in equilibrio). Davanti a un problema penso che esista anche una soluzione: va trovata, senza alibi. Cerco di essere, nel mio impegno professionale così come in famiglia, presente e corretta, cerco di fare il meglio che posso, di non sprecare il tempo che sto vivendo; di essere, insomma, una persona per bene. Mio padre ripeteva: nella vita scegli se stare tra quelli che creano problemi o tra quelli che li risolvono. Io scelgo, quotidianamente, di provarci. Certo, ho le mie fragilità... Combatto, ad esempio, con un’empatia impulsiva: se non la governo rischia di lasciarmi esposta, sopraffatta dalle emozioni, soprattutto quando il dolore del mondo – in qualunque forma – bussa alle nostre porte.
Quanto conta la passione, nei ritmi delle sue giornate?
Conta moltissimo: è la corrente che dà energia e senso, la spinta che ti invita a crescere. Accanto alla passione, però, metto una parola che considero decisiva: armonia. È la bussola che aiuta a non perdere la misura, a custodire ciò che conta, a non confondere la velocità con la direzione. Nei giorni pieni – e ce ne sono tanti – l’armonia è il modo più elegante di restare lucidi. Mi impegno a non sprecare il tempo che sto vivendo: anche nelle giornate più difficili provo a farne qualcosa di buono.
Dal 2006 guida il management di Andrea Bocelli, curando eventi planetari che hanno incluso personalità quali il Santo Padre, il presidente degli Stati Uniti, la famiglia reale d’Inghilterra. Nel frattempo, le vendite dei dischi sono cresciute di oltre cinquanta milioni di esemplari. Qual è il segreto di tanto successo? Che cosa, davvero, fa funzionare un progetto globale?
Non credo ai segreti e diffido delle ricette. All’inizio avevo una laurea in Management della musica e tanta teoria studiata tra aerei e alberghi; poi è arrivata la realtà, che è sempre più esigente dei manuali. Ricordo bene anche la paura: mi sembrava una follia che un uomo con una carriera così importante affidasse tutto a una ragazza di provincia. Andrea mi disse una cosa molto semplice: “metto in conto che tu faccia degli errori; saranno utili, perché grazie a quelli imparerai”. È stato un atto di fiducia, e anche una responsabilità enorme. Di sbagli, tutto sommato, spero di averne fatti pochi (e da ciascuno ho comunque imparato qualcosa), anche grazie ai consigli di mio marito: sempre al mio fianco nelle decisioni fondamentali, ma solo in quelle… Perché l’operato di Andrea impersonifica l’attività di empowerment: quando riconosce in una persona la potenzialità di un talento, sa affidarsi, sa dare fiducia… Ti mette nelle condizioni di esprimerti. Ripeto: segreti non ce ne sono: ci sono lavoro, responsabilità e una fiducia da meritare ogni giorno.
Condividete vita familiare, impegno artistico e impegno sociale. Come si concilia tutto questo?
Si concilia perché ci completiamo: siamo meravigliosamente diversi, e la diversità accresce il bisogno l’uno dell’altro, perché la forza di uno può essere la debolezza dell’altro, e viceversa. Siamo entrambi passionali e combattivi, ma Andrea è una persona pacata, quasi mai si arrabbia: spesso è lui a riportarmi alla calma e alla prospettiva. Vivere insieme significa attraversare insieme anche le prove, appoggiarsi e sostenersi. C’è un verso di Eugenio Montale che porto nel cuore: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”. È un gesto familiare, per me e Andrea: siamo fisicamente appoggiati l’uno all’altro. Anche quando può sembrare che sia io a guidarlo, molto spesso è lui che sostiene me. E poi c’è la fede, così come la condivisione dei medesimi valori, che ci unisce e guida le nostre scelte familiari, sociali, artistiche.
Manager, moglie, madre, vicepresidente di una fondazione globale: come trova l’equilibrio?
A essere sincera, spesso ho la sensazione che il tempo non basti mai. Ma, come dice mio marito, conta l’intensità che metti nelle cose che fai, l’attenzione, l’affetto che sai comunicare. Conciliarle è un’acrobazia, e non sempre riesce con grazia: ogni ruolo richiederebbe devozione costante. Ci provo, mettendo tutto il mio impegno e cercando di migliorarmi, seguendo alcune parole chiave che mi impegno ad onorare: positività, responsabilità, impegno. E poi fiducia, passione, azione, collaborazione. Sono tutti tasselli del medesimo mosaico, che cerco di comporre quotidianamente.
È co-proprietaria e CEO del Beach Club Alpemare a Forte dei Marmi, consecutivamente premiato come miglior beach club d’Italia negli ultimi due anni, insignito dell’Oscar del turismo Best New Hospitality 2025. Che cosa rappresenta questa avventura?
È un progetto che nasce dall’amore per un territorio e dal rispetto per la sua storia. La Versilia ha una vocazione antica per l’accoglienza: mare davanti e Alpi Apuane alle spalle, e un paesaggio che ci rammenta che la bellezza non è un accessorio. Ma oggi il turismo è internazionale e molto più esigente: chiede professionalità, lingue, standard adeguati, e soprattutto coerenza tra promessa ed esperienza. Con Alpemare abbiamo lavorato su un’idea di ospitalità e di lifestyle “italiano”: qualità dei servizi, cura dei dettagli, capacità di offrire senza imporre. Due ristoranti gourmet, spazi di benessere e relax, proposte culturali e momenti di divertimento: l’ospite deve sentire la vacanza come un’esperienza completa, per il corpo e per la mente. Dopo l’acquisizione del bagno adiacente e la ristrutturazione, il progetto ha trovato una nuova forma, più ampia e più matura. Ma, da imprenditrice, la cosa che mi rende più fiera è lo staff: un team giovane e sempre più affiatato. I complimenti degli ospiti, alla fine, vanno soprattutto a loro.
La sua vocazione imprenditoriale l’ha portata a fondare e guidare la VB Management, società che organizza eventi di respiro internazionale, e la VB Dreams, che si occupa, tra l’altro, della gestione di Villa Alpebella: un luogo della memoria della Dolcevita, oggi restaurato e tornato a ospitare eventi. Qual era l’intenzione?
Restituire, prima di tutto. La ristrutturazione è stata complessa e condotta con un criterio che considero imprescindibile: salvaguardare la memoria del sito. Crediamo nelle potenzialità di Alpebella e nella responsabilità che porta con sé: tornare a essere un polo di attrazione e aggregazione, soprattutto culturale, ospitando eventi di prestigio e di qualità. E credo sia naturale metterla in relazione con Alpemare: distano meno di tre chilometri, e insieme possono generare un circolo virtuoso per tutto il territorio apuo-versiliese, con ricadute culturali ed economiche. La bellezza, se è ben gestita, moltiplica le potenzialità. Oggi Alpebella (inaugurata nell’estate 2023 dalla sontuosa serata charity “The Greatest Show”) è assurta a meta ambita per eventi esclusivi di brand rinomati, per festival musicali ed eventi privati, riqualificando in tal modo un’area che negli anni ’60 e ‘70 era meta privilegiata di un turismo internazionale di primissimo livello (tra gli avventori d’un tempo, anche Charlie Chaplin, Frank Sinatra, la regina del Belgio).
Quali fattori hanno reso un’area costiera italiana di fascia alta più attrattiva per investitori e operatori internazionali negli ultimi anni?L’attrattività è cresciuta per due ragioni principali: l’adeguamento progressivo dell’offerta agli standard richiesti dalla clientela internazionale (non solo nella ristorazione e nella balneazione, ma anche nell’ospitalità) e la crescente presenza di capitali in un contesto economico globalizzato. Questo processo ha accelerato la trasformazione del tessuto locale: strutture ricettive evolute verso categorie più alte con servizi specializzati e personale qualificato, e maggiore ingresso di brand e gruppi in grado di sostenere investimenti e tempi di rientro più lunghi rispetto alla gestione familiare.
Con l’arrivo di gruppi e brand, come si limita il rischio di snaturamento e si crea sviluppo più stabile durante l’anno?
Il rischio a mio avviso si gestisce orientando gli investimenti verso un valore aggiunto misurabile per il territorio: estensione della stagione con programmi e servizi strutturati (anche culturali e congressuali), miglioramento della qualità complessiva e ricadute occupazionali. Penso vada accettato che una quota di trasformazione del commercio e della proprietà immobiliare è già in atto; la leva concreta è governarla con scelte che aumentino l’attrattività oltre i mesi di picco e che rendano l’insediamento di nuovi operatori coerente con una visione di lungo periodo, non solo con rendite immediate.
Da dove nasce l’idea – ormai quindici anni fa – della Andrea Bocelli Foundation e che cosa l’ha motivata personalmente?
ABF nasce da un sostrato di esperienze di volontariato e filantropia che Andrea e io avevamo coltivato con continuità. A un certo punto abbiamo capito che la buona volontà, da sola, non basta: serve metodo, continuità, una struttura capace di reggere nel tempo. Il progetto ha coinciso peraltro con il periodo in cui ero in attesa di Virginia: può essere che tale condizione ci abbia resi ancora più sensibili. La fondazione si è strutturata fin da subito come una “famiglia allargata”, proprio perché ispirata ai valori fondanti della famiglia, intesa come pietra angolare della società e palestra dove addestrarsi al rispetto e all’armonia. La nostra mission recita “Empowering people and communities”, esprimendo la volontà di operare affinché tutti possano avere opportunità di crescita e di valorizzazione del talento. E nel tempo, proprio questa impostazione ha permesso di passare dall’intervento episodico a decine di programmi solidi, misurabili, replicabili.
Qual è il senso profondo del lavoro di ABF e che cosa accomuna i programmi?
La spinta che ci guida è il desiderio di essere utili in modo concreto e responsabile. Per questo investiamo nell’educazione, intesa come crescita della persona nella sua interezza: è così che si contribuisce a trasformare davvero le comunità. Tutti i programmi sono uniti dalla volontà di creare ecosistemi educativi di qualità, capaci di generare consapevolezza, competenze e dignità, soprattutto nei contesti più fragili. Per noi innovazione sociale significa interventi replicabili, pensati per produrre un impatto duraturo. Lavoriamo con un approccio integrato, in cui spazio, relazioni, comunità e cura procedono insieme. Collaboriamo con istituzioni pubbliche, realtà del territorio e partner privati, mettendo in comune competenze e visioni.
Perché ABF sceglie di lavorare con bambini e giovani, e come misurate l’impatto di ciò che fate?
Perché bambini e giovani sono il luogo in cui il futuro prende forma. Investire su di loro significa ricostruire il presente e aprire possibilità più eque e condivise: quando un ragazzo trova spazio per crescere ed esprimersi, l’effetto si allarga a famiglia, scuola, comunità. Il nostro obiettivo è l’empowerment: contesti in cui rafforzare competenze, sviluppare creatività e costruire relazioni significative. Per noi l’educazione non è solo “scuola”: significa dignità, fiducia e possibilità concrete. L’impatto si vede prima di tutto nelle situazioni reali... Una classe che riparte, una famiglia che ritrova stabilità, una comunità che torna ad avere strumenti e punti di riferimento. Poi ci sono i dati, che servono per misurare e rendere conto: fin qui ABF ha raccolto e impiegato oltre 80 milioni di euro, raggiungendo 800.000 beneficiari diretti e 3,6 milioni indiretti. Oggi la fondazione conta 14 sedi nel mondo e 53 progetti attivi tra Italia, Stati Uniti e diversi Paesi in aree fragili. Attraverso i programmi educativi, oltre 20.000 studenti hanno accesso a percorsi di qualità, equi e inclusivi. Dove le urgenze sono più immediate, interveniamo anche sui servizi essenziali: ad Haiti, nello slum di Cité Soleil a Port-au-Prince, forniamo 90.000 litri di acqua pulita al giorno a beneficio di circa 400.000 persone e garantiamo assistenza sanitaria di base a oltre 500.000 persone.
Che cosa porta, concretamente, un progetto corale come “ABF Voices Of” nelle aree vulnerabili, oltre alla musica?
La musica è un linguaggio che educa: insegna l’ascolto, la disciplina, l’empatia, la relazione. Il coro è la forma più immediata del “fare insieme”: impari a respirare con gli altri, a sostenere e a essere sostenuto. Rafforza l’identità personale e costruisce comunità. In contesti fragili, questa esperienza diventa un presidio di speranza concreta: sviluppa competenze, stimola creatività, promuove cooperazione. Nel 2026 questo percorso si farà ancora più intenso con il Global Gathering ABF Voices Of in Italia, in occasione della ventunesima edizione del Teatro del Silenzio a Lajatico (il paese natale di Andrea): giovani cantori di Uganda, Terrasanta, Napoli e Camerino vivranno una settimana insieme, condividendo cultura ed esperienza. È un modo diretto di formare cittadini del mondo attraverso la responsabilità reciproca e l’ascolto.
Ha partecipato a iniziative filantropiche internazionali e a grandi eventi di raccolta fondi. Che cosa le resta più impresso di questo lavoro “di rete”?
Mi resta l’idea che la solidarietà, quando funziona davvero, è un lavoro fatto di persone, tempi, organizzazione, cura. Mettere a disposizione l’esperienza manageriale significa costruire le condizioni perché un incontro non resti un bel momento e basta, ma diventi risorse reali, continuità, progetti che reggono nel tempo. In questo senso, esperienze come la “Celebrity Adventures”, a partire dal 2014, mi hanno insegnato molto. Sono occasioni in cui arrivano amici, sostenitori e grandi donatori da tutto il mondo, e l’Italia diventa il luogo dell’accoglienza e della condivisione: Portovenere, l’Arena di Verona, i palazzi storici di Firenze, Venezia, Roma. Nel 2017, poi, il momento apicale al Quirinale – con l’ospitalità del Presidente della Repubblica – ha dato il senso di quanto un progetto possa diventare corale quando intorno si crea fiducia. L’Italia, in tutto questo, non è solo il contesto: è un impegno quotidiano. Conta come la racconti e con quanta cura la fai vivere, senza forzarla, lasciando parlare la sua bellezza (paesaggio, musica, cucina, arte) perché la bellezza, se è rispettata, diventa una leva concreta e importante anche per il bene.
Dopo il Premio Leonardo da Vinci per “Humanitarianism” ricevuto a Washington alla presenza del presidente degli Stati Uniti, e alla luce dei suoi ruoli – ad esempio nel CdA di Toscana Aeroporti (2024–2026) e nell’Advisory Board di Fondazione Pubblicità Progresso – che significato hanno per lei incarichi e riconoscimenti?
Per me hanno senso solo se riportano al lavoro vero, quello di ogni giorno. Un incarico non è un’etichetta: è responsabilità, presenza, studio, capacità di contribuire in modo propositivo. In ambiti come quello aeroportuale, ad esempio, il tema è molto concreto: i collegamenti e le infrastrutture sono una leva decisiva per il territorio e per la promozione turistica; quindi servono serietà e visione. Quanto ai riconoscimenti, li leggo come un invito a continuare con la stessa misura: non come un traguardo da esibire ma come un richiamo alla coerenza.
Se dovesse lasciare una sola riflessione, quale sarebbe?
Ce n’è una che mi accompagna da sempre e che ABF mi conferma ogni giorno. I sentimenti si imparano. Si imparano frequentando la bontà, l’ascolto, la compassione. Si imparano camminando insieme, correndo con i primi senza dimenticare gli ultimi. Perché la vera forza è quella che si condivide. Ecco perché, per me, fare del bene non è un dovere: è un privilegio. È la possibilità di mettere a frutto, con gratitudine, le energie che il buon Dio dona, trasformandole in attenzione concreta verso gli altri. Anche quando costa, anche quando stanca, soprattutto quando richiede costanza. Il sorriso, poi, non è un ornamento. È il segno che lo fai con lo spirito giusto, senza lamentarti e senza sentirti “a credito” con il mondo. È un modo di restare umani, e ricordarsi che ciò che conta davvero si costruisce insieme, un passo alla volta.